Con l’evoluzione dei servizi digitali nella Pubblica Amministrazione, sempre più Comuni stanno introducendo assistenti virtuali basati su intelligenza artificiale per offrire supporto ai cittadini nella fruizione dei servizi, rispondere a domande frequenti, facilitare le prenotazioni o guidare l’utente tra le procedure amministrative. Si tratta di uno strumento potente, in grado di aumentare l’accessibilità, ridurre i tempi di attesa e semplificare l’esperienza dell’utente.

Ma nella fase di progettazione, una domanda apparentemente marginale genera in realtà una serie di implicazioni profonde: un assistente virtuale comunale deve avere un genere? E se sì, quale? La questione, che potrebbe sembrare secondaria rispetto agli aspetti tecnici o funzionali, è invece centrale per almeno tre ragioni: il modo in cui il Comune comunica con i cittadini, i valori che intende trasmettere e la coerenza tra innovazione tecnologica e inclusione sociale.

Nel panorama privato, l’assegnazione di genere agli assistenti virtuali ha seguito una tendenza chiara: la maggior parte di essi sono stati progettati come figure femminili. Siri di Apple, Alexa di Amazon, Cortana di Microsoft: tutti nomi femminili, con voci altrettanto femminili, caratterizzate spesso da un tono gentile, accomodante, collaborativo. È una scelta che nasce da ricerche di mercato: molti utenti, dicono gli studi, trovano più gradevole e rassicurante interagire con una voce femminile mostrando chiaramente il peso simbolico del genere nell’interfaccia digitale.