Il fatto che le IA entrino nelle aziende va al di là del mero aggiornamento tecnologico e si insinua nella ridefinizione di compiti, gerarchie e responsabilità ma anche nella qualità del lavoro. I dati forniti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) mostrano che le occupazioni a prevalenza femminile (amministrativi, segreteria, contabilità, assistenza ai clienti) sono più esposte all’automazione rispetto a quelle maschili, di norma più fisiche o tecniche. Questa asimmetria è parte di un problema più grande che può tendere ad amplificare i bias già esistenti nel mercato globale del lavoro. I numeri celano una dinamica strutturale al cui centro le donne vivono una segregazione occupazionale. Coprono i ruoli professionali più automatizzabili in un contesto nel quale le IA, pur fornendo supporto al lavoro, contribuiscono all’intensificazione dei ritmi e della precarietà.
Per evitare l’aumento della disuguaglianza di genere, le scelte organizzative e politiche dei prossimi anni dovranno prevedere un accesso equo alle competenze digitali, trasparenza nei sistemi di valutazione e, ancora prima, una più equilibrata governance algoritmica. Temi che approfondiamo con Anam Butt, specialista in uguaglianza di genere e non discriminazione dell’ILO, autrice di diversi







