L’intelligenza artificiale è entrata in ufficio come un nuovo collega: non ha una scrivania, ma si prende in carico pezzi di lavoro. Il problema è che non tutti stanno imparando a lavorarci insieme allo stesso ritmo. In molti contesti, gli uomini la usano più delle donne. Da dove nasce questo scarto? E cosa succede quando una competenza cresce a velocità diverse tra colleghi?
Quando l’IA entra in ufficio, il gap di genere resta vicino al 20%
Secondo l’analisi pubblicata su “The AI Shift” del Financial Times, che distingue tra uso privato dell’IA generativa e uso inerente al lavoro retribuito, emergono due traiettorie di adozione molto diverse. Nell’utilizzo quotidiano il divario di genere si è ridotto: le stime - confermate anche da una ricerca pubblicata lo scorso settembre da OpenAI - suggeriscono un equilibrio vicino alla parità tra uomini e donne. Nei luoghi di lavoro, invece, la situazione cambia, e non poco: gli uomini continuano a usare strumenti come ChatGPT più spesso delle donne e, tra chi li adotta, mostrano anche un impiego più intenso. Quindi, se nel mondo consumer lo scarto di genere tende a chiudersi, sul lavoro appare stabile, se non in aumento.
Una parte del divario si spiega con un fattore strutturale tipico del mondo del lavoro: uomini e donne non sono distribuiti allo stesso modo nei vari settori professionali. Il comparto tech, ad esempio, è ancora a prevalenza maschile ed è anche il terreno dove l’IA si diffonde più in fretta, tra software, dati e automazione. Ma questa spiegazione non basta. Le differenze di adozione, infatti, restano evidenti anche quando si confrontano colleghi della stessa azienda con mansioni molto simili.







