Il Brasile di Lula se l’aspettava, così come l’India, troppo legata a petrolio russo. Il governo della Svizzera non ci vuole credere e cerca di riaprire la trattativa. In Canada sono ormai rassegnati agli umori del vicino, potente e ingombrante. I dazi, cosiddetti reciproci, decisi da Donald Trump «per rivoluzionare il commercio globale», a tutto favore degli Stati Uniti, hanno colpito in modo diverso i diversi Paesi partner, amici e meno amici, aperti al negoziato o duri da convincere. Il presidente della nuova America non lascia mai indifferenti, ma i governi del mondo - anche quelli che danno segni di resistenza - hanno fatto di tutto per mascherare le difficoltà e reagire in modo cauto agli annunci. Cercando di riaprire il dialogo sulle nuove tariffe che entreranno in vigore a giorni.

L’Unione europea resta in attesa che a Washington vengano definiti dettagli che potrebbero fare la differenza nell’accordo commerciale con gli Usa: si parte da un dazio di base del 15% ma è da capire cosa succederà alle importazioni americane di auto, acciaio, farmaci e vino. Per la Cina la situazione è ancora più confusa: dopo un’escalation nella quale è arrivato a minacciare dazi al 145%, Trump ha dovuto accordarsi su dazi universali al 10% (che si sommano al 20% dovuto al fentanyl): Xi Jinping ha usato i minerali strategici per costringere gli Usa a trattare, ma ancora molti aspetti sono al centro dei colloqui tra le due grandi potenze. A fare le spese del confronto tra Washington e Pechino è stata intanto Taiwan, sacrificata dagli Usa per non dispiacere la Cina, dopo essere stata a un passo dall’intesa.