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2 AGOSTO 2025
Ultimo aggiornamento: 16:29
Quarantacinque anni fa l’Europa conobbe la più grave strage mai realizzata nel continente dopo il 1945. Alle 10,25 del 2 agosto 1980, alla stazione di Bologna, una bomba provocò 85 morti e circa 200 feriti. Dopo un lungo percorso giudiziario, alle prime condanne definitive di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, arrivate nel 1995, si sono aggiunte nel 2007 quella di Luigi Ciavardini e, nel 2025, quelle di Gilberto Cavallini e Paolo Bellini.
Tutti i protagonisti di questa drammatica vicenda sono esponenti del mondo neofascista legato al cosiddetto «spontaneismo armato». Cosiddetto spontaneismo perché, come ormai sappiamo, i Nuclei armati rivoluzionari erano tutto tranne che spontanei, almeno a partire dai livelli medio-alti, essendo del tutto interni agli ambienti che avevano manovrato le stragi dal 1969 al 1974. Questa complessa galassia, nella seconda metà degli anni Settanta, aveva in effetti teorizzato e sbandierato una posizione autonoma dalle vecchie consorterie neofasciste compromesse con il sistema, il cui coinvolgimento nella strategia della tensione era ormai incontrovertibile. Grazie alle indagini della magistratura, infatti, già dal 1970 era cominciato ad apparire chiaro che dietro l’attentato di piazza Fontana, nel 1969, ci fosse in realtà una «pista nera». E che quella pista fosse giusta era risultato evidente con l’arresto nell’aprile del 1973 di Nico Azzi, neofascista milanese, rimasto ferito dall’esplosione imprevista dell’ordigno che stava posizionando sul treno Torino-Genova-Roma. Arresto seguito, a poche settimane di distanza, da quello in flagranza di Gianfranco Bertoli, finto anarchico ma estremista di destra, che con una bomba, nei pressi della questura di Milano, aveva provocato altri 4 morti e 50 feriti.












