L’eterno ritorno degli scandali
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Il festival a Soveria Mannelli, paese di tremila abitanti verso la Sila. L’ideatore Moraca: si tratta di un vero e proprio esercizio di compassione .
Che bello, lamentarsi. In questi tempi cupi, oltretutto, c’è solo l’imbarazzo della scelta, fra guerre, dazi, delitti forse insoluti da vent’anni, la Nazionale che non va, la tivù inzeppata di repliche, le coppie scoppiate (anche Bova-Rocìo dopo Totti-Blasi e i Ferragnez!) e altre calamità pubbliche e private. E poi: fa caldo, fa freddo, fa tiepido, non ci sono più le mezze stagioni, signora mia, e in ogni caso si stava meglio quando si stava peggio, ma non diciamolo troppo perché al peggio non c’è mai fine e, una volta toccato il fondo, tocca pure scavare, ahi ahi.
Altro che "Il libro delle lamentazioni" del profeta Geremia, l’"Historia calamitatum mearum" di Pietro Abelardo, le "Tenebrae" del grande Carlo Gesualdo, principe di Venosa: nessuno è più lagnoso degli italiani in vena di gemiti. Anzi, sì: i calabresi. Perché, diciamolo, laggiù ti immagini subito vedove nerovestite, processioni con Madonne trafitte da innumerevoli spade, trasporti catastrofici, inefficienze assortite, recriminazioni per provvidenze invano attese dai tempi dei Borbone, e via col pianto. Del resto, pare che l’intercalare locale più usato sia "Guai!", così, a prescindere: "Guai, che tempo fa?".









