Sono i giorni della grande festa dei Signori del No, che poi è tutto un congratularsi reciproco sugli stessi giornali e uno strizzarsi l’occhio vicendevole negli stessi talk show, tutto prevedibile e perfino una non-notizia: sono i vincitori del gran gioco democratico. Solo che, e capiamo che la scarsa abitudine non aiuta, bisogna pure saper vincere. Non contenere il senso di vittoria, per carità, ma nemmeno fonderlo indissolubilmente col proprio Ego fino a fare del resto del mondo un’appendice trascurabile. Il gioco è democratico se e solo se è rispetto della minoranza, soprattutto se è diffusa nell’ordine dei tredici milioncini (siamo a Karl Popper, che non risulta ancora annoverato nel giro meloniano). I tratti dominanti del grande party mediatico del No sono invece l’estasi e l’inverosimiglianza. Antonio Scurati, su Repubblica, è inebriato dal mix meteorologico-politico: «C’è sentore di riscossa nell’aria di questa primavera» (avesse vinto il Sì, ovviamente, si sarebbe avvistato un subdolo colpo di coda dell’inverno). Il «vasto schieramento che ha nettamente prevalso» è composto «da tutti coloro che difendono e sostengono la democrazia liberale». I quali infatti hanno deciso che l’Italia debba continuare ad avere un sistema giudiziario dissonante da tutte le democrazie liberali del globo. Salta il principio di non contraddizione, ma c’è da capirlo, la logica cede il passo al rapimento mistico. Si capisce un po’ meno, onestamente, la suddivisione un tantino manichea tra i giovani «follower del nulla tatuato e griffato» (il Fedez a colloquio con Meloni) e «dall’altra parte» (scritto proprio così, scavalcata la barriera morale e ontologica) «altrettanti ragazzi che studiano, s'informano, si appassionano, pensano».