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Qualche sera fa mi è capitato di rivedere Mystery Train di Jim Jarmusch, uscito nel 1989. All’inizio del film, Mitsuko e Jun, una coppia di giapponesi ossessionati da Elvis, arrivano in un hotel di Memphis per iniziare un viaggio nei luoghi in cui è cresciuto il “re del rock and roll”. Quando arrivano, è notte. Vengono accompagnati alla loro stanza dal facchino dell’albergo e, una volta soli, si incagliano immediatamente in un tempo immobile, tipico da hotel.
Seduta sul pavimento, Mitsuko si distrae incollando su un quadernetto immagini di Elvis ritagliate da giornali. Mentre Jun, visibilmente annoiato, comincia a scattare decine di fotografie alla stanza. Incuriosita, Mitsuko gli chiede: «Perché fai foto solo alle stanze in cui soggiorniamo e mai a quello che vediamo fuori mentre viaggiamo?». Jun le risponde: «Quelle cose sono nella mia memoria. Le camere d’albergo e gli aeroporti sono le cose che dimenticherò».
Purtroppo non ho avuto la stessa lungimiranza di Jun e col tempo ho finito per dimenticare molte cose. Come lui, mi riferisco ora alle camere d’albergo, così come agli ostelli, agli Airbnb, a tutte quelle soluzioni temporanee che danno vita allo sfaccettato universo dell’hospitality industry. Tuttavia, mentre faccio pace con l’idea di aver dimenticato parecchi di questi luoghi di passaggio, mi rendo conto che per qualche motivo molti appartamenti hanno fatto la stessa fine.







