Il poliziotto francese che nel 1977 trovò nell’appartamento dell’impiegato Roland Roussel il libro Miss Marple e i tredici problemi si sentì per un momento come Poirot. Nel testo erano state evidenziate le pagine in cui Agatha Christie descriveva un avvelenamento da atropina, lo stesso stimolante cardiaco che, diluito in un fiasco di vino, aveva ucciso lo zio di Roussel e mandato in coma la zia, dando il via all’indagine. Nella sua logica omicida, Roussel aveva scelto bene: Agatha Christie, infatti, oltre ad essere la scrittrice fenomenale che tutti amiamo, era un’esperta di veleni, come racconta il saggio V is for Venom (V come Veleno, Bloomsbury) della saggista e chimica inglese Kathryn Harkup. Mentre nel volume precedente, A is for Arsenic, Harkup aveva esaminato i veleni più comuni, in questo esplora sostanze atipiche e armi biologiche, come i batteri.

«Durante la Prima guerra mondiale, Agatha si offrì volontaria come crocerossina all’ospedale di Torquay, e lì divenne assistente farmacista: fu allora che sviluppò una profonda conoscenza di medicine e veleni», racconta Harkup. «Molte delle sostanze presenti nei suoi romanzi avevano all’epoca un uso medico. Lo dimostra anche il fatto che in alcuni casi cita direttamente i testi che stava studiando per l’esame da dispensatrice farmaceutica, che superò nel 1917. Nel suo primo romanzo, Poirot a Styles Court, cita direttamente dal manuale The Art of Dispensing».