Tutti ormai sanno che da tempo l’universo della comunicazione è sostanzialmente dominato dalle immagini e che le parole sono sempre più frequentemente ridotte a semplici didascalie, concepite quale semplice supporto alla potenza pressoché incondizionata del “visivo”. Ormai ci rapportiamo al mondo quasi sempre per via indiretta, attraverso lo schermo di vari dispositivi tecnologici; attraverso pixel privi di qualsiasi consistenza corporea. Si pensi anche alla sorprendente crescita del formato graphic-novel, di cui sono sempre più ricolmi gli scaffali delle librerie. Come se anche la narrazione avesse cominciato a convincersi di poter essere anch’essa notevolmente rafforzata dall’uso dell’immagine.
D’altro canto, dopo l’antico dominio dell’oralità (si pensi alla tradizione omerica o al mondo del mito) e dopo il progressivo imporsi della scrittura (peraltro ancora deprecata da Platone; evidente vittima di una insopprimibile nostalgia per la vitalità del linguaggio orale), si sarebbe passati, soprattutto a partire dal Novecento, ad un progressivo imporsi dell’immagine in tutte le sfere dell’esistenza umana.
Questa terza era del nostro Occidente è stata segnata anche dall’importante svolta — risalente alla prima metà dell’Ottocento — costituita dalla nascita della fotografia.







