Carlo Verdone, da un po’ lei è anche fotografo: alla Milanesiana ha inaugurato una mostra curata da Elisabetta Sgarbi, colma di cieli e panorami e vuota di persone, intitolata «L’intelligenza del silenzio». In tempi come i nostri, di frastuono e di caos, che cos’è «l’intelligenza del silenzio»?

«Il silenzio dobbiamo cercarlo, ne siamo noi gli artefici. Basta andare in un luogo che porta ispirazione, meditazione, riflessione. Quando ero studente universitario e abitavo coi miei, il luogo che più amavo era il terrazzo condominiale. Io e un mio amico ci davamo appuntamento lì alle sei del pomeriggio, ora del tramonto, quando il sole sprofonda. Fumavamo di nascosto, ci mettevamo sul parapetto e guardavamo verso il Gianicolo. Non ci dicevamo una parola, però era un meraviglioso momento poetico. Giovanni faceva le sue riflessioni e io le mie, fissando gli alberi, il faro del Gianicolo che pian piano cominciava ad accendersi e, sotto, il Tevere. Oggi, il mio buon retiro è in Sabina. Lì ho una casa isolata su una collina: quello è il luogo del mio silenzio, dove ho scattato la maggior parte delle fotografie. Le ho definite “preghiere senza parole”, perché l’artefice di quegli scatti non sono io: sono i colori che dà il Padre Eterno, però l’abilità mia è costruire una buona inquadratura e capire il momento giusto per catturarla».