Il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 dimentica che la vera rivoluzione passa dalla prevenzione. E che la salute non è solo una diagnosi. C’è un errore che la nostra cultura continua a fare, da anni: pensare alla salute mentale solo quando non c’è più. È un riflesso condizionato, un’abitudine profonda, difficile da sradicare. Un po’ come se si cercasse l’acqua solo quando il pozzo è già asciutto. Anche il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, appena pubblicato, non riesce a sottrarsi del tutto a questa logica. L’ho letto con attenzione, da psicologo e da cittadino. E ho apprezzato il tentativo di costruire un quadro nazionale aggiornato, con riferimenti importanti come il modello bio-psico-sociale dell’OMS e il paradigma One Health. Ma qualcosa, sotto la superficie, resta uguale a prima. Un dettaglio che fa la differenza: il concetto di “prevenzione” continua a restare ai margini. Come se non fosse parte della salute, ma solo un suo optional. Un lusso da considerare dopo aver sistemato le urgenze. Eppure è proprio lì, nella capacità di prevenire, che si misura il grado di civiltà di un sistema sanitario.
Il tempo della cura comincia molto prima della diagnosi






