Il dubbio, in origine, pare sia sorto al curatore fallimentare Giorgio Dall’Olio davanti a un certificato medico. Gli sembrò strano che una realtà come la Vitali avesse nominato come amministratore unico (divenuto poi liquidatore) di una delle sue principali società a quei tempi, la Vita srl, un 88enne, classe 1937, malato di Alzheimer e con numerose altre patologie.

Quell’anziano, per il pm Guido Schininà e per gli uomini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf, era una «testa di legno», un prestanome per altro già passato dalle Procure. Avrebbe consentito a Massimo e Cristian Vitali, i fratelli che da Cisano Bergamasco hanno esportato il giallo limone dei loro cantieri praticamente ovunque in provincia e in buona parte dell’Italia, di liberarsi della Vita, farla fallire insieme a un bel po’ di debiti. E ora sono entrambi indagati per bancarotta fraudolenta con un sequestro preventivo da 50 milioni di euro in quote societarie. Un sequestro di tipo «impeditivo», che vale quasi più di una misura cautelare personale, perché porta il gip Lucia Graziosi a bloccare le quote in questione — nella fattispecie il 50% della Vitali spa e il 100% della Expand srl — e a nominare un amministratore giudiziario che da qui in avanti le gestirà.