Alla fine del loro percorso umano e professionale Stan Laurel e Oliver Hardy lasciarono l’America, che spianava loro il viale del tramonto, e andarono a cercarsi l’estrema fortuna in Inghilterra. Lo racconta il film Stanlio & Ollio. Le loro strade si erano separate sedici anni prima. Dopo, avevano conosciuto esiti diseguali, qualche malattia, l’inevitabile trasformazione fisica, la trappola della disillusione. Il loro nome in cartellone dopo tanta ombra attirò curiosità, al botteghino il pubblico chiedeva chi li interpretasse e si stupiva apprendendo che fossero ancora loro due. Ma non dovevano vedersi più? Partirono da province remote, in teatri semivuoti, ma scesero a valanga verso la tappa finale, dove li attendeva il tutto esaurito: Londra. Lì dovevano recitare il secondo atto delle loro vite, dopo un intervallo così lungo. Sedici anni. O ventinove?
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Rieccoli. Gianluca & Roberto. Non avevano finito. Dovevano ancora fare una cosa. Mettere a posto il risultato, pareggiare il conto e aggiungerci gli interessi. Wembley, quando vi ricapita più? Adesso. L’immagine dell’abbraccio tra Vialli e Mancini ai gol dell’Italia in quello stadio londinese è diventata un simbolo, molto più di quelle dei gol stessi. Migliaia di persone si sono riconosciute o meglio hanno riconosciuto qualcosa che stavano inseguendo. Hanno fatto lo stesso gesto. Hanno preso il cellulare: per condividere senza aver scattato, per uscire dal selfie e cercare l’altro. Hanno scorso la rubrica e si sono fermati sul nome dell’amico da ritrovare. Lo si è perduto alla fine del primo atto o tempo che fosse. Accadde la notte dopo gli esami, allo scioglimento del corteo, all’esperienza prematura del lutto. Si era impreparati, ci si è ritirati. Davanti c’era un fiume carsico, bisognava nuotare sott’acqua e al buio, sognando e nulla più la seconda occasione. Progettando la rivincita. Andando a letto presto. Sperando che l’altro chiamasse finché si aveva abbastanza energia e campo. Di mezzo potevano mettersi due cose.






