C’è il professionista, il “regista in scena” che ha inventato la grammatica della televisione moderna. E poi c’è l’uomo, l’amico, quello degli “abbraccioni quasi paterni”. Nel giorno del cordoglio per la scomparsa di Pippo Baudo, il ricordo di Carlo Conti, affidato a una lunga e commossa intervista al Corriere della Sera, unisce questi due piani, restituendo il ritratto di un legame profondo, fatto di stima, affetto e gratitudine. “Chi lavora in tv, per forza di cose, ha un po’ di Pippo Baudo nel dna“, esordisce Conti. “Era il nostro faro, e per me lo è stato fin da ragazzetto, quando cominciavo a fare le serate in Toscana”.

Il loro primo incontro avvenne all’inizio degli anni ’90, quando Conti conduceva “Big!” per la tv dei ragazzi. “Andai a trovarlo in camerino, alla Dear. ‘Stai andando bene’, mi disse. Non era uno che faceva tanti complimenti, bastava una pacca sulla spalla”. Ma fu un altro gesto a sigillare l’inizio della loro amicizia: “Si doveva preparare per il suo programma: ‘Io mi vesto, eh’, avvertì. E me lo ritrovai in mutande, con quei suoi boxer, che si cambiava dandomi fin dall’inizio una confidenza che ti faceva sentire suo amico”. Un legame così forte che, anni dopo, arrivato a lavorare stabilmente in quegli studi, Conti chiese “proprio di aver quel camerino, da quanto era importante”.