È spaesato, confuso, la voce incrinata da un dolore che non riesce a ordinare. Renzo Arbore, l’altro gigante della televisione italiana, commenta a caldo la scomparsa dell’amico e collega di una vita, Pippo Baudo. E le sue parole non sono solo un omaggio, ma il ritratto commosso di un’epoca irripetibile. “Sono sopraffatto dal grande dolore. Eravamo rimasti noi“, confida al Corriere della Sera, con la sensazione che una porta si sia chiusa per sempre.
“Ho la mente affollata di ricordi”, dice Arbore. L’ultimo contatto risale a una ventina di giorni fa. “Pippo era stato sbrigativo. Ricordo che mi disse: ‘Ci vediamo presto sì’; e poi ha attaccato. So che non stava bene, certo, ma la morte è stata inaspettata”. Un presentimento forse confermato dal silenzio degli ultimi giorni: “Io e altri amici gli abbiamo scritto gli auguri di Ferragosto, ma né lui né la sua assistente Dina ci hanno risposto“.
Quello tra Arbore e Baudo era un legame profondo, che andava oltre il piccolo schermo. “Eravamo amici perché avevamo la stessa estrazione”, svela. “Tutti e due avvocati mancati. Tutti e due provinciali, che volevamo sprovincializzarci”. Un’affinità che li ha portati a condividere momenti surreali, come una visita a Padre Pio: “Il quale chiese a Pippo: ‘Lei è venuto per fede o curiosità?’. Pippo: ‘Per curiosità’. E Padre Pio: ‘Allora vattenn’ [Vattene, in dialetto, ndr]”.











