Insieme hanno divertito l’Italia degli anni Settanta e Ottanta. Sono stati gli antieroi, uomini comuni, anzi comunissimi, eppure protagonisti assoluti di un racconto in cui vizi e debolezze diventavano il pretesto per ridere con loro (anche) di noi. Poi, dopo tredici film, le strade di Alvaro Vitali e Lino Banfi hanno seguito percorsi differenti, restando comunque, in qualche modo, unite. A poche ore dalla notizia della morte dell’attore, Banfi è incredulo. «Non me lo aspettavo , ma cosa è successo?», commenta staccandosi da un set.
In che rapporti eravate?
«Tra di noi c’era affetto, ma ora ogni cosa dirò rischia di essere ritorta contro di me da chi semina odio. Penseranno: perché non l’ha detto prima? Ma cosa avrei dovuto dire? Ho lavorato con più di 150 attori, come potrei restare in contatto stretto con tutti?».
È dispiaciuto?
«Lo consideravo un grande attore, non solo un caratterista. Gli dicevo ogni volta che lui aveva lavorato con Fellini e io no. La mia stima era sincera, tanto che l’ho proposto almeno tre volte alla produzione di Un medico in famiglia, ma non è mai successo nulla».










