PADOVA - Piero Mazzola ha trascorso due terzi della sua esistenza, con i fratelli Antonio, Mario e Anna, e la madre Giuditta finché è stata in vita, a cercare giustizia per la morte di suo padre. Il carabiniere in congedo Giuseppe, ucciso con l’agente di commercio Graziano Giralucci il 17 giugno 1974, durante l’irruzione delle Brigate Rosse nella sede del Movimento Sociale Italiano in via Zabarella a Padova: il primo omicidio brigatista. C’è voluto oltre mezzo secolo, ma ora il professore e avvocato ha chiuso il cerchio. O meglio: «Quasi», precisa l’80enne, circondato dagli atti del pignoramento presso terzi dei crediti vantati in forza della sentenza civile di risarcimento, seguita alla condanna penale a carico del commando (Martino Serafini, Giorgio Semeria, Roberto Ognibene e Susanna Ronconi; Fabrizio Pelli era già deceduto) e degli ideologi (Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti).
La detenzione è stata scontata. Sono morti anche Semeria e Franceschini. Perché volete andare fino in fondo?
«Le persone mi chiedono: ma quei brigatisti non hanno già pagato il loro debito? No, non l'hanno pagato, perché sono rimasti sulla carta i risarcimenti fissati dalla condanna, che già di suo non sarebbe adeguata al crimine commesso. Ma la legge è quella, fra sconti di pena e riduzioni per i dissociati, anche se pentiti non lo sono mai stati. Pensiamo solo a Serafini. Non dimenticherò mai quando lo incrociai al metal detector, nell'aula del Due Palazzi, per l'udienza in Corte d'Assise. Mi guardò e mi disse, perdoni la volgarità: “Ma che cazzo vuoi tu qua?”. Poi però davanti ai giudici fece tutto il contrito per ottenere i benefìci».









