ROMA – Undici proiettili e tre gettoni del telefono. Il plotone di esecuzione delle Brigate rosse ha assassinato Roberto Peci all’alba, a ridosso di un muro scalcinato della periferia romana, tra montagnole di rifiuti e fiori celesti di cicoria. Poi un telefonista ha chiamato l’Ansa e due quotidiani e ha dettato, con burocratica precisione, l’annuncio di morte: «La sentenza è stata eseguita. Il corpo si trova a Roma. Prendere la via Appia nuova in direzione fuori città: all’altezza dell’ippodromo delle Capannelle sulla destra si trova via di Casal Rotondo, di fronte a via delle Capannelle. Percorrere per qualche centinaia di metri poi prendere la stradina sterrata in discesa e si arriva a un gruppo di casette diroccate. In una di queste si trova il corpo di Roberto Peci».

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La volante del commissariato di Centocelle che per prima, quando mancavano una decina di minuti alle sette, è arrivata in via di Casal Rotondo ha trovato il cadavere lì dove i terroristi avevano così minuziosamente indicato. Un corpo supino coperto di sangue. Sei bossoli calibro 7,65. Un drappo rosso con la stella a cinque punte e gli slogan, probabilmente lo stesso che aveva fatto da sfondo alle foto dell’ostaggio scattate nel «carcere del popolo». Un cartello di cartone bianco scritto con lo spray rosso e appoggiato al muro: «Morte ai traditori».