Il passaggio da un sistema di controllo sociale fondato su punizioni informali ad uno basato su istituzioni fondate sulla legittimazione pubblica è uno degli snodi centrali nella storia politica e sociale dell’umanità. Il momento che Hobbes designa come l’uscita dallo stato di natura, anarchico e in perenne conflitto verso il regno ordinato e pacifico del monarca, il Leviatano. Ma nel concreto, fuor di metafora, cosa ha significato tale passaggio nelle società arcaiche che non conoscevano istituzioni formalizzate? È il tema discusso in un importante saggio di Francesco Guala (“Reciprocity: Weak or strong? What punishment experiments do (and do not) demonstrate”, Behavioral and Brain Sciences 35, pp. 1–59, 2012). La sua idea è che nell’ambito delle prime small-scale societies si sia sviluppato una sorta di “contratto sociale tacito” basato sulla “reciprocità debole”: un patto di fiducia parziale e modulare che garantisce cooperazione e punizione condivisa pur in assenza di un’autorità coercitiva centralizzata. Questo contratto tacito si regge su alcuni presupposti: innanzitutto sulla percezione che le norme siano giuste e che la punizione non sia arbitraria, ma fondata su valori condivisi e, in secondo luogo su una reciprocità che, pur non essendo immediata, è attiva nel lungo periodo. Nell’ambito di questo quadro, dunque, la punizione dei pari non è solo una minaccia da imporre, ma una forma di comunicazione morale che media tra interessi individuali e interessi collettivi.
L’ombra del castigo. Sul fragile equilibrio della giustizia senza potere
Il passaggio da un sistema di controllo sociale fondato su punizioni informali ad uno basato su istituzioni fondate sulla legittimazione pubblica è uno...







