Che cosa rende giuste le istituzioni? Negli ultimi cinquant’anni, da John Rawls a Amartya Sen, da Michael Walzer a Nancy Fraser, la ricerca di una risposta a questa domanda ha dato vita a modelli, concetti, esperimenti mentali che hanno ridisegnato il modo in cui oggi pensiamo la convivenza democratica. In questo mosaico plurale c’è una voce, quella del filosofo britannico Brian Barry, che si staglia, certamente, tra le più limpide e chiare. Perché Barry ha fatto una cosa semplice ma radicale: ha preso sul serio il fatto che gli esseri umani vivono insieme pur essendo diversi, e che la giustizia non può essere solo la traduzione elegante di un compromesso tra egoisti, né un calcolo di convenienze tra gruppi di potere. È su questo terreno, il confine tra convenienza e imparzialità, che prende forma la battaglia teorica centrale del primo grande libro di Barry, Theories of Justice (1989). Ed è da qui che occorre partire per comprendere la sua sfida, oggi più attuale che mai in un tempo di disuguaglianze crescenti e contratti sociali logorati dove a dominare sembra una montante sfiducia reciproca, tra stati e tra cittadini.
Cosa fa, dunque, di un’istituzione, un’istituzione giusta? La risposta che ci propone Brian Barry prende forma a partire da una lenta liberazione da un equivoco che ancora domina gran parte del pensiero sociale contemporaneo: l’idea che alla base della giustizia ci sia un equilibrio di vantaggi, un patto tra egoisti razionali costretti dalle circostanze della vita a cooperare.






