Ho da dire di un’estate nella nostra casa al mare, di sette bambini, di due covi, della volvo impolverata di nonno, di certe piastrelle di ceramica macchiate di inchiostro e di un diario.

Quando la mattina entro in cucina le grandi sono già lì, Anna quest’inverno ha scoperto il caffellatte e adesso lo prepara a Giulia e Sara mentre io prendo il Nesquik. Il tavolo è piccolo, ci ospita a gruppi di quattro, non di più. Io mi metto a capotavola, il tempo di inzuppare il primo biscotto e le loro voci diventano sussurri. Anna versa il rimasuglio di moka nelle tazze, lo trangugiano e io rimango sola. Il via vai sulle sedie è rapido, il secondo turno ospita nonno, poi zia, mamma e zio. L’ultimo è dei piccoli. Chiara, Raffa e Ali. Io li aspetto sdraiata sul divano e mi riprometto di svegliarmi tardi. Dove sono? chiede Chiara. Scuoto la testa. Nell’ultimo periodo le grandi svaniscono e noi piccoli possiamo solo cercarle. Dal vociferare della mattina abbiamo capito che si sono costruite un rifugio e che lo chiamano “il covo”. Allora noi lo cerchiamo e prima o poi lo troveremo. Almeno questo è quello che dice Chiara. Ieri mi ha detto anche di volerne uno solo per noi, ma io un covo non so come si costruisce.