Quando ero bambina, all’inizio degli anni Ottanta, esistevano le vacanze e la villeggiatura, due faccende molto diverse. Le prime cominciavano a giugno, con la fine della scuola. Ricordo il momento in cui andavo tutta felice in piscina a rischiare di ingoiare vespe a pelo d’acqua. Le vacanze clorose in città duravano poco perché all’inizio di luglio, cascasse il mondo, mi trasferivo al mare con i miei nonni e cominciava la villeggiatura.
Loro la chiamavano così, dunque dovevo adeguarmi a tutta una serie di vecchie e nuove regole: venire via dalla spiaggia sul più bello e tornare a casa entro mezzogiorno. Rinchiudermi dalle due alle quattro e mezzo del pomeriggio in camera da letto, con un Topolino. In silenzio.
Non ero abituata al silenzio, e me la prendevo con Topolino. Lo odiavo? Pazienza, anzi, pace, mi veniva detto con affetto. Silenzio e pace assumevano una concretezza che non sapevo classificare, in compenso potevo fissare le macchie asciutte sul soffitto, attribuire loro un’identità come alle nuvole, camminare scalza sul marmo fresco, succhiarmi le ciocche sempre un po’ salate dopo la doccia rapida che facevo alle cabine. Lo shampoo, sotto la giurisdizione dei nonni, si faceva una volta alla settimana. Infine, potevo tirare a indovinare il momento in cui le cicale riprendevano a cantare e quello in cui si sarebbero interrotte. In mezzo c’era un silenzio corto e profondo che inghiottiva perfino il rumore dei miei pensieri.











