C’è il pomeriggio in gelateria coi cucchiaini usa -e -getta (mica vero che mamma Cate è una “talebana” del plastic free). Ci sono i momenti al super, al centro commerciale (ma quale “segregazione” a Palmoli o socialità negata?). Ci sono gli amici che confermano («Quei bimbi hanno sempre avuto ritmi salutari e pasti regolari») e frizioni con gli assistenti sociali (invece di quella «chiusura ideologica» tanto sbandierata). C’è, al netto dei lavori che i Birmingham-Trevallion si sono detti disposti a fare nel loro casolare in provincia di Chieti, il caminetto acceso e una stufa a legna (d’accordo, il riscaldamento a gas non arriva: epperò neanche si può parlare di una sistemazione in balìa del rigido inverno abruzzese).
C’è l’iter vaccinale completato e con solo il richiamo ancora da espletare, ci sono i disturbi che i piccoli hanno, sì, ma da quando sono in comunità («Non dormono bene, hanno un’ansia profonda, si mordono di continuo le mani»), c’è (soprattutto) la determinazione al riscatto. Ché il guaio della “famiglia del bosco” è principalmente uno: Nathan e Catherine,e i loro tre figli, sono chiacchierati. Troppo. Su di loro è stata detta la qualunque, è stato scritto di tutto, non si capisce più dove sia il confine tra ciò che è narrazione (pure un po’ sensazionalistica) e ciò che è procedimento circostanziato con tanto di ordinanza da parte del tribunale dei minori. Quantomeno a livello mediatico, la questione, oramai, è un guazzabuglio.






