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26 LUGLIO 2025
Ultimo aggiornamento: 9:06
“Questa è l’ultima chance, non ce ne saranno altre”. Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, nato a Faggiano, ventitré chilometri dalle ciminiere dell’Ilva di Taranto, entrò per la prima volta in quella fabbrica nel giorno del suo diciottesimo compleanno. Era il 5 dicembre 1973. L’allora Italsider stava crescendo: era in programma il “raddoppio”. Fuori dal gergo tecnico: nuovi altoforni, nuovi impianti di lavorazione. La fabbrica doveva produrre più ghisa e doveva poi trasformare l’acciaio in prodotti finiti: lamiere, tubi, bramme. Tutto il contrario di quanto sta avvenendo ora. Il governo sta tentando l’ultimo rilancio, l’estremo tentativo di salvare un impianto siderurgico che per anni è stato il più grande d’Europa. Tutto era iniziato il 26 luglio 2012, tredici anni fa. L’acciaieria della famiglia Riva veniva sequestrata dalla magistratura perché ritenuta causa di “malattie e morte”. Otto governi non sono riusciti a darle un futuro: dal “garante” di Mario Monti alla discussione in corso per una nuova vendita, dopo quella fallita ad ArcelorMittal, è trascorso oltre un decennio di occasioni sprecate, illusioni, inerzia e speranze tradite. Mentre la produzione si è ridotta da 8 a 2 milioni di tonnellate all’anno, sempre meno operai lavorano e i problemi ambientali restano nel limbo di bonifiche raffazzonate e di vecchi altoforni che resteranno in marcia per almeno altri otto anni.






