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Ultimo aggiornamento: 14:55

Sono solo due righe ma abbastanza ambigue da scatenare un putiferio. I sindacati non hanno dubbi: sono la pietra tombale sul futuro dell’Ilva e il governo non ha voluto chiarire il loro significato. Da marzo 2026 “sarà comunque necessario fare ulteriori interventi, auspicabilmente a cura del nuovo acquirente”, hanno scritto i commissari nel “piano corto” che spiega come verrà tenuta in vita l’acciaieria nei prossimi mesi. È tutta qui la radice di uno scontro che si ingrossa di ora in ora con Fiom, Fim e Uilm sul piede di guerra e gli operai che hanno scelto di occupare strade e tangenziali a Genova e Novi Ligure. Il sospetto, insomma, è che non esista una strategia che vada al di là dei prossimi tre mesi né ci sia la volontà di sostenere finanziariamente un impianto che necessita di miliardi di euro per arrivare a una svolta ambientale e occupazionale.

La sintesi più accalorata è quella del segretario della Uilm Rocco Palombella che, accanto agli altri leader Michele De Palma e Ferdinando Uliano, a un certo punto non si trattiene: “Marzo arriverà e tutte le sue cazzate verranno a galla”. L’uomo in questione è il ministro delle Imprese Adolfo Urso, considerato colui che sta portando il siderurgico verso la fine dopo tredici anni di vertenza che nessun esecutivo ha mai risolto in maniera definitiva. “Il suo è un piano di morte”, va ripetendo Palombella. De Palma (Fiom) lo paragona alla regina Maria Antonietta e le sue famose brioche durante la crisi del pane in Francia: “Ci dice che non ci saranno altre 1.500 persone in cassa integrazione perché daranno loro la formazione. La realtà è che cambia sempre idea e ci manca di rispetto”. Affonda perfino il più moderato dei tre, il numero della Fim Uliano: “Vanno verso il ridimensionato, vogliono una mini-Ilva. Parla di improbabili acquirenti, di alcuni non ci comunica neanche i nomi. La presidente del Consiglio prenda in mano la situazione”. Il ministro è la figura più impallinata nel day-after dell’ultimo incontro sulla vertenza a Palazzo Chigi, senza che Giorgia Meloni abbia mai preso in mano il dossier, mossa che i sindacati chiedono da tempo.