BARI – Il ministro Adolfo Urso deve lasciare il dossier Ilva. La presidente Giorgia Meloni avochi a sé la vertenza. Mentre a Genova, Novi Ligure e Taranto i lavoratori in sciopero danno vita a blocchi stradali, manifestazioni di piazza e assemblee, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm si rivolgono al capo del governo. “Il piano di Urso è un piano di morte, porterà dritto alla chiusura della fabbrica”, accusano. All’indomani della riunione a Palazzo Chigi, le tre sigle confederali si rivolgono a Giorgia Meloni. “Abbiamo chiesto alla presidente del Consiglio di togliere il dossier al ministro Urso, deve occuparsene personalmente”, tagliano corto i tre segretari regionali, Michele De Paola, Ferdinando Uliano e Rocco Palombella. Il confronto, a loro giudizio, può ripartire anche immediatamente, a patto che il governo ritiri il cosiddetto “Piano corto”, ossia una “finta decarbonizzazione in quattro anni”, che porterà al fermo di tutte le attività a partire dal primo marzo.
Ripartire dal vecchio piano
Si tratta di riprendere il piano sottoscritto ad agosto scorso, peraltro condiviso da tutte le forze politiche, che l’esecutivo – riferiscono i tre segretari – ha cancellato unilateralmente. “Vogliamo evitare che questa vertenza si concluda drammaticamente – dice Rocco Palombella –. Il nostro comportamento è rispettoso delle istituzioni. Pensavamo che ieri il governo avrebbe riconsiderato quel piano. Invece, ci viene proposta un’attività di formazione per 1.550 lavoratori, che si aggiungerebbe ai 4.450 già collocati in cig unilateralmente, ma soltanto fino al 28 febbraio. Poi, dal primo marzo si chiude. A Palazzo Chigi abbiamo apprezzato il silenzio della presidenza del Consiglio e del ministro del Lavoro, mentre il ministro Urso era un fiume in piena, dava colpe a tutti, al Comune di Taranto, che pure qualche responsabilità ce l’ha, alla Regione e quant'altro, ma mai alla sua gestione del dossier". Per Michele De Palma, segretario generale della Fiom Cgil, il ministro Urso è come la regina Maria Antonietta. “Dice di dare le brioche al popolo che ha fame – attacca –. Qui ci sono persone che chiedono di lavorare e lui offre cassa integrazione e formazione che serve a mascherare altra cig, prima della chiusura definitiva. Da Palazzo Chigi sono state diffuse falsità: non abbiamo rotto le trattative, abbiamo chiesto alla presidente Meloni di discutere con lei di un piano condiviso che possa assicuarare la sopravvivenza degli impianti”. Al capo del governo si rivolge anche il segretario generale della Fim Cisl, Fedinando Uliano. “Meloni deve assumersi la responsabilità di un asset importante e strategico per il Paese – dice –. È importante che lo faccia dal verso giusto: se vogliamo essere onesti, guardando il contesto, non c'è un imprenditore privato oggi che possa presentare un'offerta per l’ex Ilva. Lo Stato si deve fare carico di un progetto di rilancio, assumendo un ruolo importante nel costruire le alleanze per raccogliere le risorse necessarie e rilanciare il piano industriale”. La soluzione, a suo giudizio, non passa attraverso la nazionalizzazione, ma dal coinvolgimento di una società partecipata pubblica perché soltanto con la presenza dello Stato si può mettere a punto un piano industriale e può portare avanti il processo di decarbonizzazione e di rilancio.













