Fu una gara a salvarsi, e alla fine non si salvò nessuno. Fu anche un gioco degli inganni, e ne riuscì solo qualcuno. Il 25 luglio 1943, nella notte del Gran Consiglio, si rappresentò un copione in buona parte già scritto, affidandosi per il resto a una recita a soggetto. Benito Mussolini sapeva per filo e per segno il contenuto dell’Ordine del giorno di Dino Grandi, sottopostogli preventivamente in visione. Cosa votarono quindi i gerarchi in quell’organismo puramente consultivo, quasi mai convocato? La salvezza del regime, in un estremo tentativo di svincolarlo dal disastro della guerra fascista sacrificandone il capo. Il duce intravedeva a sua volta la possibilità di sopravvivere politicamente, tant’è che l’indomani, dopo l’arresto, scriverà un’untuosa lettera al suo successore Pietro Badoglio, mettendosi a disposizione del nuovo capo del governo.

Quella seduta del Gran Consiglio non era semplicemente una presa d’atto notarile. Dino Grandi, prima che fossero aperti i lavori, si era recato in chiesa a piazza Colonna, e nelle tasche portava un paio di granate: non è l’atteggiamento di chi sa che tutto è già scritto. La sua iniziativa, con l’adesione di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, aveva ottime possibilità di passare il tiro incrociato dei fedelissimi, ma cosa avrebbe fatto il duce non lo sapeva. Mussolini non aveva ascoltato donna Rachele, che una volta informata dei contenuti del Gran Consiglio gli aveva detto, con il solito pragmatismo contadino, di far arrestare tutti.