BELLUNO - Lassù, sulle montagne, c’è un dottore che non ama i riflettori. Il suo nome al massimo affiora dai ringraziamenti dei familiari dei tanti pazienti che, come medico di base, ha assistito fino all’ultimo. Giancarlo Marcon, nato a Gosaldo e attivo ad Agordo, ha sempre concepito la professione così, come la presa in carico della persona. Un modo di operare che oggi è diventato, a suo avviso, «impraticabile». Ragion per cui, riscattata la laurea, ha maturato una decisione sofferta ma, a suo avviso, inevitabile. Il 31 agosto, a 63 anni, appenderà il camice al chiodo, varcando anzitempo la soglia della pensione. Avrebbe potuto lavorare fino ai 67, ma ha scelto di fermarsi. Troppo amore per la professione, un unico modo di viverla: come missione, rapporto, giorno dopo giorno.

Ai suoi 1600 pazienti ha spiegato la scelta in una lunga lettera, che in queste ore sta diffondendo via e-mail, dopo averla affissa all’ingresso dell’ambulatorio. «Il dato è tratto, vado in pensione», esordisce, «dal primo settembre, e salvo colpi di scena». Non prima, però, di aver illustrato ai propri pazienti le ragioni di una scelta tanto drastica. A pesare, innanzitutto, sarebbe quella che definisce una «perdita progressiva della qualità del lavoro», originata da una eccessiva parcellizzazione delle cure. «L’enorme crescita delle conoscenze mediche – spiega Marcon – le pressioni consumistiche, verso pillole ed esami, finalizzate a rassicurare il paziente e a tutelare legalmente il medico, hanno creato una crescita smisurata della domanda e un meccanismo di spezzettamento delle competenze per cui non esiste più il malato ma solo la malattia e nel contempo non esiste più la persona malata ma l’organo malato». Una dinamica «comprensibile nella specialistica», ma che nella medicina di famiglia «appare come la fine della medicina di famiglia stessa».