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«Il prezzo dell’eterna vigilanza è l’indifferenza». Il sociologo canadese Marshall McLuhan, uno dei più influenti pensatori del Novecento, utilizzò questa frase nel 1964 a proposito della Guerra Fredda, per descrivere una reazione umana inevitabile quando la minaccia di attacchi reciproci tra paesi dotati di armi nucleari diventa perenne. Alla fine, giunte a un punto di saturazione della loro attenzione, le persone smettono di allarmarsi.
La frase di McLuhan è facilmente adattabile a diverse situazioni del presente. Una di queste è la continua esposizione degli utenti dei social media a video e foto che, indipendentemente dal tipo di informazioni che veicolano, si contendono ogni giorno l’attenzione collettiva fino a esaurirla. È un dibattito in corso da tempo, animato dalle preoccupazioni di molti per il fatto che video di ricette di cucina, bombardamenti, consigli medici e coreografie di balletti si alternino senza un chiaro criterio di priorità, su piattaforme sviluppate sulla base di decisioni ingegneristiche che massimizzano i profitti: principalmente Instagram, TikTok e X.
Una conseguenza immediata di questo modello di distribuzione delle informazioni è una generale omologazione del formato, con tutti gli effetti che ne derivano. Nelle settimane e nei mesi scorsi clip video che mostravano bombardamenti in Iran e attacchi israeliani a Gaza, inclusi video vecchi e decontestualizzati e altri creati con l’intelligenza artificiale, hanno avuto un’estesissima circolazione sulle stesse app che le persone usano ogni giorno non soltanto, né prevalentemente, per informarsi.






