In un mondo che disdegna ogni forma di sudditanza, è quasi ironico che uno dei vini più leggeri, democratici e longevi dell’Alto Adige continui a chiamarsi “Schiava”. Ma basta un sorso per capire che qui il nome inganna: questo rosso agile e beverino non si piega a nessuno. È tornato alla ribalta con passo lieve, senza alzare la voce, ma con quella sicurezza che appartiene solo a chi ha già visto tutto.
La serie
In vigna con Christof Tiefenbrunner: "La Schiava e le sue tante potenzialità"
Un tempo regina indiscussa della viticoltura altoatesina, oggi la Schiava si prende la scena con garbo, tra le mani esperte di vignaioli che ne hanno riscoperto la grazia più che la forza. Vitigno autoctono dalle radici incerte, porta con sé un'identità stratificata. In italiano è “Schiava”, dal tipo di allevamento basso e ordinato detto vineis sclavis, in uso già in epoca longobarda. In tedesco è “Vernatsch”, probabilmente dal latino verna, lo schiavo nato in casa. E in Germania diventa Trollinger, forse per via del Tirolo (Tirolinger) da cui proviene. Una matrioska di nomi che riflette la storia di un’uva e di una regione di confine, dove la cultura contadina ha sempre saputo reinventarsi.
I vigneti di Kaltern, lago di Caldaro






