L’infermiera mi sveglia. Sono le otto, «è arrivata l’ambulanza» dice. L’ambulanza che mi avrebbe portata a Piancavallo, in Dan, il reparto per disturbi dell’alimentazione e nutrizione.
«Domani vai a Piancavallo, non sei contenta?» mi aveva detto, il giorno prima, la dottoressa del reparto psichiatrico di Vizzolo Predabissi, in provincia di Milano, da cui me ne andavo perché non attrezzati per i disturbi alimentari. Io, dopo due mesi di ricovero, al netto di quasi tre anni di viaggi senza meta tra gli ospedali e con un sondino piantato nel naso da talmente tanto tempo da avermi lasciato una piaga, no, non ero contenta.
Tre anni prima, infatti, mi ero sentita dire «Camilla, chiamiamo a casa: mettiamo il sondino». E, con una sola frase, la mia vita era stata sconvolta.
Ho vagato senza tregua, come un’anima in pena, per i pochi ospedali che danno accoglienza a persone affette da anoressia. In questo mio vagabondaggio, segnato da mille ricoveri, ho perso tanto. Quasi tutto. Ho perso persino la capacità di camminare, perché avevo ridotto il mio corpo ad auto alimentarsi con i suoi stessi tessuti. Ricordo i muscoli rigidi, le cadute, i lividi e, infine, la sedia a rotelle per 3 anni. Alle 12 circa, dopo un rocambolesco viaggio su per i tornanti dei monti piemontesi, arrivo a Verbania nel rinomato centro di Piancavallo. Sentito spesso nominare, tra gli ospedali e i centri per soggetti anoressici, ma di cui, di fatto, non sapevo nulla.







