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29 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:12

Interno giorno. Stanza ambulatoriale dell’Asp di Messina. La dottoressa passa il dispositivo sul mio seno. Io paralizzata dal panico di un tumore, mi dico che se fossi lì per qualcun altro, avrei già fatto un sacco di domande. Invece la paura mi rende silente. Faccio uno sforzo: “Quindi avete visto qualcosa?” – “E certo, altrimenti perché le avremmo chiesto di tornare”. Con un filo di voce, le spiego: “Mi avevano detto che il seno è denso e per questo non è facile leggerlo, che quindi era probabile che mi si richiamasse, ma che si trattava di mera routine”. “Questi sono i tecnici che parlano sempre a sproposito”. Il sarcasmo gelido delle risposte della dottoressa mi ricaccia nel silenzio.

Lei continua a passare l’aggeggio sui miei seni, io continuo a stare in silenzio. Poi però si ferma e blocca l’immagine su qualcosa che misura graficamente. “C’è qualcosa?” – “Sì, ma non è niente di che”. Riprendo respiro, ma c’è ancora da controllare l’altro seno. Ad ogni domanda che oso, una risposta piccata. L’esame va avanti, anche mentre lei risponde al telefono. Sono lì, immobile, da 24 ore – ovvero da quando dopo la mammografia fatta all’Asp, pochissimi giorni prima, mi hanno richiamata per tornare, senza dare alcuna spiegazione – una paura intensa, profonda, mai avvertita prima nella vita, mi ha posseduta. Una volta finito l’esame, la dottoressa prepara il referto. Un lungo silenzio. Poi oso ancora: “Potrebbe essere un nodulo dovuto alle mestruazioni imminenti?”. “No, c’è da tempo”. “Quanto?”. “Ah, e che ne posso sapere io?!”.