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Ultimo aggiornamento: 14:18

Hanno tutti paura di Donald Trump, del magnate presidente vendicativo e tracotante: anche il Papa, si direbbe. Leone XIV dice all’Angelus parole di pace, ma non ne dice una di condanna dell’attacco Usa condotto, poco prima delle due di notte, contro tre siti nucleari iraniani, Fordow, Natanz e Eshahan. Eppure, quella statunitense è una palese aggressione, condotta con modi da Maramaldo, colpendo un Paese ormai tramortito e salendo sul carro di Israele già vincitore, a sua volta d’una guerra d’aggressione contro l’Iran, padrone assoluto dei cieli del Paese nemico, dopo dieci giorni di raid e attacchi con missili e droni.

Il Papa invita a “fermare la tragedia della guerra prima che essa diventi una voragine irreparabile”: “La guerra, dice Leone XIV, non risolve i problemi, anzi li amplifica, e produce ferite profonde nella storia del popolo, che richiedono generazioni per rimarginarsi”. “Che la diplomazia faccia tacere le armi”, è l’appello del Pontefice, che dedica “alle sofferenze della popolazione di Gaza” un’attenzione specifica.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres esprime preoccupazione: gli attacchi sono, ha detto, “una pericolosa escalation in una regione già sull’orlo del baratro”. Per Guterres, “in quest’ora critica, è fondamentale evitare una spirale di caos: non esiste una soluzione militare. L’unica via percorribile è la diplomazia. L’unica speranza è la pace”. I leader del cosiddetto mondo occidentale sono ancora meno coraggiosi del Papa e di Guterres: hanno tutti toni giustificazionisti, come se l’esistenza di una minaccia, tra l’altro da dimostrare, nella sua imminenza, avalli l’aggressione.