Danilo Petrassi oggi ha trent’anni, ma ne aveva soltanto sei quando ha guardato per la prima volta un film di Shrek su Italia 1 (correva l’anno 2002). “Lo registrai su videocassetta e lo riguardai più volte, rimanendo affascinato ma anche un po’ destabilizzato da quella che chiaramente non era una fiaba convenzionale, con battute e gag che neanche capivo appieno”.A colpire particolarmente Danilo era “il modo in cui Shrek si allontanava nettamente dal film d’animazione dell’epoca, introducendo una nuova, fortissima lezione morale”. Che oggi, a quasi venticinque anni di distanza, questo dottorando in Didattica umanistica innovativa ha descritto e approfondito in un saggio intitolato Shrekologia - La fiaba antifiaba (Mimesis, 180 pp., €25) in cui spazia da Ovidio a Donna Haraway, da Lévi-Strauss a Judith Butler.Partiamo dal finale: questa morale così attuale qual è?Shrek insegna che si può essere felici rimanendo se stessi, senza dover sottostare agli standard imposti dalla società.Ha detto che mantenere rilevante il franchise di Shrek è, per lei, un atto di resistenza culturale. In che senso?La saga tratta temi attualissimi: in un’epoca di omologazione e conformismo come questa, che premia l’apparenza, modelli inaccessibili di bellezza e successo, e marginalizza chi non rientra nei canoni accettabili, Shrek offre strumenti per leggere criticamente la società. Oggi siamo immersi in narrazioni iper-patinate, nel culto degli influencer e dell’effimero, mentre Shrek ci ricorda che la diversità e l’autenticità sono valori fondamentali per la vita di ognuno. Farlo dialogare col presente non è solo un esercizio ricreativo o un’operazione nostalgica – anche se in parte ovviamente lo è – ma un atto che considera il pop un’arma per cambiare lo sguardo sul mondo.L’anno prossimo, tra l’altro, uscirà Shrek 5.Ma io giuro che Dreamworks lo ha annunciato mentre già scrivevo il libro! Si tratta di un evento importante, perché il personaggio – o, se vogliamo, il “brand” - in tutto questo tempo si è mantenuto vivo, e virale, grazie ai meme, che lo hanno reso accessibile alle nuove generazioni. Shrek è un fenomeno che da cinematografico è diventato digitale: un simbolo condiviso, ibrido, che continua a parlare.Sin dagli esordi, il franchise ha sempre giocato con la critica agli stereotipi, diventando in un certo senso precursore anche dell’odierno “body positive”. Ci sono altri fenomeni che la saga ha anticipato?Il secondo capitolo, del film ma anche del mio libro, esplorano la parodia di Hollywood e della società dello spettacolo – con riferimenti che vanno fino al filosofo francese Guy Debord (noto oppositore della società dello spettacolo, ndr). Lo spettatore viene catapultato in un luogo culturalmente e socialmente distante, dove l’apparenza è premiata e tutto ciò che non rientra nei canoni viene rigettato. Nel film si vedono insegne come “Starbucks” e “Versace”, e le ville delle principesse sembrano caricature delle moderne influencer. Tutto ha l’aria di essere una critica anche al capitalismo, con la Fata Madrina a rappresentare il potere e lo sfruttamento nascosti sotto il luccichio dell’intrattenimento effimero.Qual è il personaggio più riuscito secondo lei?Fiona, a mio avviso, è il primo, vero personaggio femminista del cinema d’animazione. Disney aveva già lanciato Mulan e Pocahontas, ma erano figure ancora “politicamente accettabili”. Fiona spezza completamente i canoni, influenzando anche i successivi lavori della Pixar: lei si salva da sola, e salva anche Shrek e Ciuchino. Inoltre, autodeterminandosi, sceglie di rimanere orchessa perché si sente più a suo agio nella forma che rispecchia meglio chi è davvero. Nel terzo film, l’impronta femminista è ancora più evidente: le principesse si uniscono nella lotta contro Azzurro, che è l’archetipo del principe delle fiabe e, soprattutto, una parodia della mascolinità tossica che vediamo ancora oggi rappresentata nei media, online e in alcuni film Disney.Il confronto tra DreamWorks e Disney-Pixar è sempre stato cruciale. Questi ultimi due gruppi, unendosi, hanno creato un monopolio enorme. La DreamWorks, casa di produzione nata per volontà di Steven Spielberg e decisamente più piccola, per un periodo ha tenuto testa, cavalcando l’onda “anti-Disney” con film come Zeta la formica che diedero una scossa al settore dell’animazione. Si trattò quasi di una “vendetta” da parte del socio confondatore di Spielberg, Jeffrey Katzenberg, cacciato ingiustamente dalla Disney e che da quell’esperienza trasse una lezione fondamentale.Pochi sanno che il personaggio di Shrek non è stato partorito da DreamWorks, ma nasce come fiaba illustrata realizzata da William Steig, già illustratore per il New Yorker.Si tratta di un libro che ebbe un modesto successo negli Stati Uniti e non arrivò mai in Italia, forse neanche in Europa. DreamWorks ebbe la brillante idea di prendere quel materiale e trasformarlo in un film rivoluzionario, con un messaggio chiaro: dire ai bambini che la bellezza non è un parametro oggettivo, e che anche chi è "buttato fuori" può essere protagonista della sua storia a lieto a fine.Che cosa si aspetta dal nuovo film?Nel primo, brevissimo trailer si vede l’intera famiglia di Shrek – con lui e Fiona visibilmente invecchiati – che guardano i meme su Shrek, in un passaggio generazionale assurdo. Il franchise ha preso consapevolezza del fenomeno “memetico”, e ibrida il suo universo con il nostro, rompendo la quarta parete. Da un punto di vista culturale è una mossa eccellente: Shrek diventa un simbolo di postmodernità che valorizza sé stesso dialogando con il presente e osservando il nostro mondo.Il nuovo design dei personaggi è stato un po’ contestato.Ovviamente è cambiato rispetto al passato, così come è cambiata la tecnologia, ma anche questa sorta di rifiuto rispetto alla novità racconta molto di noi. Cerchiamo conforto nella nostalgia ed è un meccanismo psicologico condiviso. Ma Shrek ci ha sempre insegnato a superare gli standard imposti e ad accettare la trasformazione come parte inevitabile della vita. Questo nuovo look potrebbe diventare parte della sua identità rinnovata. Ricordandoci che non è stato lo streaming a tenere viva la saga, ma Internet, i meme e soprattutto l’ironia condivisa.