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20 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 8:02

Il 9 giugno Mark Rutte, ex primo ministro liberale dell’Olanda e oggi Segretario Generale della Nato, è al centro studi britannico Chatham House. È perfettamente a suo agio. Dispensa sorrisi. Ride di gran gusto. Lo fa anche quando afferma che “se non aumentiamo la spesa in Difesa al 5% – con un 3,5% di base – potremo conservare la nostra Sanità e le nostre pensioni, ma sarà meglio che impariamo a parlare russo. Questa è la conseguenza. La verità può rendere nervose le persone, ma bisogna renderle nervose”.

Dev’essersi sentito brillante. Ha fatto la battuta. Ride mentre ribadisce ciò che ormai sappiamo tutte e tutti: al summit de L’Aia del 24 e 25 giugno, la Nato “chiederà” ai 32 Paesi membri un impegno senza precedenti: il 5% del Pil in armi e Difesa, come vuole il “pacifista” Donald Trump. E tutti i 32 governi scatteranno sugli attenti e obbediranno. Tutti: dai “progressisti” all’ultradestra, passando per l’estremo centro liberale. Governo Meloni compreso. La sovranità della politica estera, i famosi “interessi nazionali” si possono tranquillamente sacrificare sull’altare di Washington e Nato. Per bocca del “ministro della Guerra” Crosetto, il governo italiano ha già fatto sapere che “è ragionevole fissare il traguardo al 2035, con un aumento massimo dello 0,2% l’anno” perché “il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti” per “costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato” (Corsera, 15 giugno 2025).