Sedici imputati e 105 anni di carcere chiesti complessivamente dal pm Paolo Storari. Allo stadio di San Siro la curva Nord dell’Inter e la Sud del Milan dettavano legge: erano «posti extraterritoriali» nei quali i gruppi ultrà si sono trasformati in «milizie private» con una gerarchia interna, regole proprie e fonti di finanziamento autonome. L’inchiesta “Doppia curva” della Dda di Milano, con l’arresto dei vertici del tifo organizzato nerazzurro e rossonero, ha smantellato un sistema consolidato, redditizio e violento di affari illeciti con estorsioni su parcheggi e “paninari”, rivendita di biglietti, pestaggi, prestiti a tassi usurari fino all’800% e infiltrazioni della ‘ndrangheta. Oggi, nell’aula bunker del carcere di San Vittore, è il giorno della sentenza del processo con rito abbreviato (che prevede lo sconto di un terzo della pena) davanti al giudice Rossana Mongiardo.

Inchiesta Curve a Milano, altri sette arresti per usura ed estorsioni. Ai domiciliari Mauro Russo (ex socio di affari di Vieri e Maldini)

Il mondo della curve è stato ricostruito nel dettaglio da Storari nella sua lunga requisitoria. Si tratta di organizzazioni con «una propria struttura gerarchica, un proprio territorio e proprie regole». Comminano «sanzioni nei confronti dei sottoposti che non le rispettano, elargiscono premi e privilegi e hanno un proprio patrimonio nei ricavi da vendita di biglietti, fanzine e merchandising». Sono milizie «in rapporti, conflittuali o meno», con le altre tifoserie, con i club e anche «con le strutture statali deputate alla repressione dei reati» e queste relazioni «con istituzioni e con la società calcistica hanno generato negli imputati una sorta di legittimazione». Così era loro «garantita l’esigenza di essere rispettati e riconosciuti come legittimi interlocutori dalle società e anche da forze di polizia e altri organismi istituzionali», ruolo che ha creato «una sorta di zona franca dove gli altri attori che operano allo stadio Meazza non dovrebbero entrare». Il pm rimarca i contatti tra capi ultrà e i dirigenti dei due club, «le continue interlocuzioni con gli esponenti del tifo organizzato da parte di ambienti istituzionali anche per la gestione dell’ordine pubblico», le intimidazioni agli stewart, il «senso di ingiustizia con cui gli imputati vivono i momenti repressivi dell’autorità giudiziaria». Su tutto, una regola: ciò che accade in curva, resta nella curva. Da qui «l’omertà riscontrata nelle vittime degli ultrà conseguente alla intimidazione che genera il vincolo associativo» e il «patto di non belligeranza tra le due tifoserie stipulato quasi fossero una sorta di organismo statale che delimita i propri confini con altri organismi statali». Questa «legittimazione fornita ha fatto sì che i capi delle milizie private fossero diventate persone degne di ogni considerazione, quasi i “capi di Milano”, a cui ci si poteva rivolgere per ogni problema o necessità anche al di fuori del contesto stadio». Come in effetti è avvenuto, «basti pensare - ricorda il pm - ai rapporti tra Luca Lucci e Fedez», non indagato.