L’esperto di innovazione Ethan Mollick, professore alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, ha scritto che per quasi tutti gli ultimi ventimila anni di evoluzione umana non è successo granché. O meglio: ne sono successe di tutti i colori – guerre, rivoluzioni, ascese e cadute di civiltà, movimenti artistici – ma poco è cambiato dal punto di vista dei fondamentali dello sviluppo umano. Parametri come aspettativa di vita, ricchezza, produzione di energia sono rimasti sostanzialmente stabili fino al Settecento; poi rivoluzione scientifica e industrializzazione hanno impresso un’accelerazione drammatica. Quasi tutto quello che oggi diamo per scontato, nella vita quotidiana di individui e collettività – i mezzi di comunicazione, i trasporti, la medicina, il riscaldamento, l’alimentazione – è a tutti gli effetti una novità recentissima, se guardiamo all’arco temporale della storia umana. Uno schiocco di dita. A questo si potrebbe aggiungere che le trasformazioni tecnologiche sembrano aver ulteriormente accelerato, dopo la Seconda guerra mondiale. Il tempo che passa da un’innovazione alla sua adozione su larga scala si è compresso. Ricorda Mollick che ci vollero 66 anni tra il primo volo di un aereo e lo sbarco sulla Luna, mentre in appena 15 anni, tra il 2008 e il 2023, il numero di smartphone è passato da zero (perché prima del 2008 non esistevano) a circa 5 miliardi. Oggi la gran parte della popolazione è connessa, e si stima che più di 300 milioni di persone già utilizzino strumenti di intelligenza artificiale, una tecnologia che si è affacciata al largo pubblico appena alla fine del 2022, con il primo rilascio di ChatGPT. Ma più ancora che da radicalità e impatto delle innovazioni, le nostre società sembrano scosse dalla rapidità con cui i cambiamenti entrano nella nostra vita e si diffondono. Anche perché, per quanto velocemente possano adattarsi il nostro cervello e le nostre organizzazioni sociali, abbiamo l’impressione che non possano comunque tenere il passo. È forse questo il paradosso che spiega certi riflussi, ripensamenti e spinte conservatrici che osserviamo in Italia e nel mondo. Il futuro ci fa paura perché prima che possiamo rendercene conto è già diventato un presente che non sempre abbiamo la possibilità di governare.