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A circa una settimana dall’inizio della guerra tra Israele e l’Iran, ci sono diversi segnali politici e militari del fatto che gli Stati Uniti stiano seriamente valutando di intervenire a fianco di Israele.
Sarebbe una decisione dalle implicazioni enormi e dalle conseguenze poco prevedibili, anche se per ora, ovviamente, va usato il condizionale: nessuno dei leader politici e militari statunitensi ha confermato questa eventualità, verosimilmente anche per conservare una certa ambiguità strategica e quindi, in estrema sintesi, per mantenere un effetto sorpresa nell’eventualità di un attacco.
Diversi elementi però fanno pensare che possa succedere davvero. Su tutti, le dichiarazioni più recenti del presidente statunitense Donald Trump.
Fino a pochi giorni fa la sua amministrazione stava portando avanti un percorso di negoziati volti a ridurre l’avanzamento del programma nucleare iraniano, poi interrotti dopo il primo attacco israeliano del 13 giugno. Le ragioni che avevano spinto l’Iran a trattare erano piuttosto chiare: il paese è tremendamente impoverito dopo anni di sanzioni internazionali, che il regime guidato dalla Guida suprema Ali Khamenei chiede da tempo di ammorbidire. Quelle di Trump erano meno leggibili: ai tempi si disse che in politica estera stava cercando di costruirsi un’immagine da presidente che mette fine a conflitti che si trascinano da anni e sembrano irrisolvibili, in Medio Oriente come in Ucraina.














