La Cina suda freddo per il prolungarsi della nuova guerra fra Israele e Iran, essendo il principale acquirente del petrolio persiano. Non solo, ma importando greggio anche da altri paesi del Golfo Persico, teme che un ipotetico blocco iraniano dello stretto di Hormuz, unica uscita dal Golfo verso l’oceano aperto, imbottigli centinaia di petroliere, con prevedibili shock sul mercato energetico mondiale. Parimenti, tuttavia, Pechino persegue un potenziamento rapidissimo del suo arsenale nucleare, tale da far impallidire il pericolo iraniano.

L'allarme sulle forze nucleari cinesi viene lanciato da anni dagli Stati Uniti, ma è stato rafforzato da un noto istituto svedese, il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) di Stoccolma. Nel suo ultimo rapporto l’istituto, soppesando dati da varie fonti, come il Pentagono, la Federation of American Scientists o il Bulletin of Atomic Scientists, ha stimato che i cinesi abbiano ora «600 ordigni nucleari, con ritmo di crescita di 100 testate all’anno». L’accelerazione dell’aumento delle atomiche di Pechino è tale che sarebbero raddoppiate negli ultimi sette anni.

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