Ha avuto paura, io lo capisco. Allora mi ha detto: “Ci troveremo in un’altra vita”
di Concita De Gregorio
Serenella era bellissima, prima. Così mi diceva ogni giorno, mentre sedute affianco aspettavamo il nostro turno. “Ero bellissima, prima”. Ma tu sei bellissima, le rispondevo sempre. Era vero. Non lo dicevo per consolarla, per compiacerla. Serenella era bellissima ora, con una pezza di stoffa in testa e la mascherina chirurgica sul viso, senza ciglia né sopracciglia – l’identità di un volto abita nelle sopracciglia. Non lo diresti mai, prima. Lo capisci con certezza dopo – con la tuta e le scarpe da ginnastica e una felpa così larga da coprirle anche le mani. Era così bella che per questa ragione mi ero avvicinata a lei. In quella stanza di duecento volti uguali, senza età, mani giunte e occhi bassi, una stanza piena di dolore e di ingiustificata vergogna Serenella occupava lo spazio con un’eleganza sovrana. Muoveva le mani, le braccia magre, incrociava le gambe lunghissime, voltava il collo alzando il mento e concedendo lo sguardo come una regina.
La bellezza non è un merito né una colpa, è un dono: effimero, gratuito. Ai doni bisogna portare rispetto. Quando poi è inconsapevole, di rado succede, è irresistibile. Mi ero seduta vicina, un giorno, salve, salve, poi il giorno dopo e gli altri ancora, che noia aspettare vero? Un po’ sì, poi qui non prende nemmeno il telefono, pazienza, sorriso degli occhi. Come ti chiami, quanti anni hai. Ventisei. Ma sei una ragazza. No, lo ero. No, lo sei. Respiro, silenzio. Dopo una decina di giorni mi ha detto “ero bellissima, prima. Vuoi vedere?”, mi ha mostrato una foto. Una chioma di boccoli color mogano lunga fino alla vita, occhi enormi da animale selvatico. Seduta in un ufficio bianco. È dove lavori? Sì, è il laboratorio. Qui ero ad Amsterdam, nel mio ufficio. Silenzio. Sono in congedo, ora. Ma il mio progetto è andato avanti senza di me. Non so se tornerò mai lì, non credo. Certo che tornerai. Non credo.






