Nel mio ultimo articolo sul tema del time e dell’attention management, citavo le forme di “distrazione” che sono sempre esistite. E che non necessariamente sono un male, se ci permettono di fare mind-wandering. Sono però tempi in cui i social sono molto più presenti, accessibili e quindi pervasivi nelle nostre vite. Tralascio i mille aspetti per i quali il dibattito è urgente e presente, per concentrarmi sui temi di gestione del tempo e dell’attenzione.
Ne sottolineo due: il primo è la quantità e la velocità delle esternazioni e delle notizie, o presunte tali. Se gli algoritmi selezionano per noi, senza che riusciamo ad accorgercene, allora c’è un tema di esposizione: più spesso vediamo e sentiamo una cosa, più è probabile per il nostro cervello che sia importante (o addirittura che sia vera). Ha a che fare con l’abituazione, ed è il meccanismo per cui anche una brutta automobile o una brutta canzone, a forza di vederla e sentirla, non arriverà a piacerci ma ci sembrerà comunque più accettabile.
A questo aggiungiamo che le neuroscienze ultimamente ci hanno fatto scoprire che i tanto consueti concetti di urgenza e importanza, con i quali spesso si affronta il tema della prioritizzazione dai tempi della matrice di Eisenhower, rischiano di essere sovrapposti anche dal nostro cervello: all’avvicinarsi della scadenza, quindi all’aumentare dell’urgenza, la pressione che il nostro cervello percepisce viene trasferita anche sul concetto di importanza, cioè di impatto sui nostri obiettivi (che però non sempre coincide con l’urgenza, appunto).








