Da qualche tempo, chi fa il mio mestiere ha registrato un nuovo aumento di richieste delle aziende di interventi sul Time Management (anche altri miei colleghi ne hanno parlato da queste colonne). Cosa c’è di nuovo? Niente negli ultimi due anni, e credo che in questo risieda il motivo di interesse: che la richiesta rimanga alta e che anche nel post-post pandemia ci sia così tanta attenzione su un tema che era quasi uscito dalle agende formative delle organizzazioni.

Nonostante si sia parlato per anni dell’argomento, il fatto che siamo ancora ad interrogarci credo dipenda da molti fattori. In ordine sparso, vediamone alcuni.

Uno è senz’altro il cosiddetto overload informativo. Non è un tema solo di internet e dei social: i libri pubblicati in Italia nell’ultimo anno si aggirano intorno agli 80.000, e circa il 30% di questi non trovano nemmeno un compratore. Se ci spostiamo sull’informazione, ciascuno di noi avrà il proprio riferimento: per quanto mi riguarda, sono abbonato a un centinaio di newsletter, e aggiunte alle altre fonti è molto chiaro che è un volume difficilmente sostenibile in modo esaustivo e regolare, anche per chi come me ne fa un aspetto della propria professione.

Poi c’è la questione del tempo medio di concentrazione: è un effetto dell’overload, o al contrario aumentano i contenuti sempre più brevi perché non riusciamo più a stare attenti? Qualunque content creator sa che la maggior parte dei fruitori non va oltre i 35 secondi prima di passare ad altro.