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Ultimo aggiornamento: 7:45

di Massimo Selmi

Da due secoli inseguiamo la stessa speranza: che ogni nuova macchina ci faccia lavorare di meno. Doveva essere così con i telai meccanici, con le catene di montaggio, con i robot industriali e infine con i computer da ufficio. Ogni volta la stessa promessa, e ogni volta lo stesso esito: più produttività e più profitti per le aziende, e meno tempo libero per il lavoratore.

Ora quella promessa torna, più seducente e più pericolosa che mai, nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’AI viene presentata come il culmine del progresso: la fine della fatica, la liberazione dall’errore, la possibilità di concentrarsi su ciò che conta davvero. Ma mentre la tecnologia corre, il calendario della nostra vita resta immobile: nella migliore delle ipotesi otto ore al giorno, cinque giorni a settimana, come nell’Ottocento. Molto più spesso, dieci ore al giorno, il weekend e le ferie con smartphone e tablet sempre attivi. E la storia insegna che ogni volta che il lavoro umano è stato reso più efficiente, l’uomo non ha lavorato meno: ha solo lavorato diversamente, e spesso di più.