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Mercoledì il Senato ha approvato in via definitiva il decreto-legge Sicurezza, che contiene una ventina tra nuovi reati o aggravi di pena per quelli già esistenti. Il voto finale sulla conversione in legge, al termine di una seduta concitata, è avvenuto a conclusione di un iter molto inconsueto: il provvedimento infatti era inizialmente un disegno di legge pressoché identico, che dopo un anno e mezzo di discussione in parlamento il governo aveva trasformato in decreto-legge, con una scelta senza precedenti che aveva di fatto quasi impedito ulteriori discussioni ed emendamenti a un provvedimento molto contestato.

Poi il governo ha adottato, sia alla Camera che al Senato, procedure accelerate – comunque consentite dal regolamento – che anche in questo caso hanno compresso in maniera significativa il dibattito e la possibilità di modificare e correggere il testo.

Non è l’unico provvedimento su cui il governo nelle ultime settimane ha mostrato di avere una strana fretta. Lo ha fatto anche sulle riforme costituzionali che riguardano la giustizia e l’elezione diretta del presidente del Consiglio (il cosiddetto “premierato”), dopo una lunga fase di stallo e di incertezza.

C’entrano per lo più motivi di opportunità politica: a novembre ci saranno le elezioni in 5 regioni, e sarà il più importante evento elettorale prima della fine della legislatura, nel 2027. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e come lei anche i suoi alleati Matteo Salvini e Antonio Tajani, hanno interesse a portare avanti alcuni progetti di riforma istituzionale per poterli usare come argomenti per la campagna elettorale.