Nei quasi cinque mesi trascorsi dal 21 gennaio, Israele ha portato avanti nella Cisgiordania occupata la più devastante operazione militare dai tempi della seconda intifada. Di questa operazione militare, oscurata dal concomitante genocidio nella Striscia di Gaza, si occupa una recente ricerca di Amnesty International.

Fino al 4 giugno i palestinesi uccisi erano stati almeno 80, tra cui 14 minorenni. Secondo la Commissione palestinese per le persone detenute, dall’inizio dell’operazione ne sono state arrestate circa un migliaio: 700 nella zona di Jenin e 300 in quella di Tulkarem.

L’operazione militare israeliana è iniziata il 21 gennaio nel campo rifugiati di Jenin, per poi estendersi, il 27 gennaio, a quelli di Tulkarem e successivamente alla cittadina di Tammoun e al campo di al-Far’ah. Sebbene le forze israeliane si siano ritirate da al-Far’ah il 12 febbraio, rimangono ancora stanziate nei campi di Jenin e Tulkarem.

Il 23 febbraio, per la prima volta in oltre vent’anni, l’esercito israeliano ha dispiegato carri armati a Jenin. Lo stesso giorno, il ministro della Difesa israeliano ha ordinato all’esercito di “prepararsi a una lunga permanenza nei campi sgomberati” e di “impedire il ritorno delle persone residenti”. Secondo quanto riportato dai media israeliani, che citano fonti militari, l’operazione è destinata a durare mesi: centinaia di soldati resteranno nei campi per attività di “sorveglianza”.