Palestina Da ottobre oltre 930 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano nella Striscia, 119 solo il mese scorso in un'escalation palese della violenza. Il ministro Smotrich celebra l'allargamento di tre insediamenti illegali

La morsa sulla Palestina non si allenta e viaggia su due gambe: l’offensiva militare a Gaza e l’avanzata coloniale in Cisgiordania. A parlare della prima è stato ieri il premier Netanyahu alla Cnbc ribadendo che sarà Israele a decidere quando e come «agire a Gaza». Una risposta indiretta alle strigliate telefoniche di Trump e a quelle dell’ultradestra di governo che preme per allargare ancora i fronti già aperti.

Di fatto l’azione è già in moto, solo rallentata nella sua magnitudo dopo l’accordo dello scorso ottobre: da allora, maggio è stato il mese record di uccisioni di palestinesi nella Striscia, in attacchi di droni o fuoco di cecchini e artiglieria: 119 uccisi, tra loro 19 bambini e dieci donne. In totale dall’11 ottobre sono 936 le vittime del fuoco israeliano e oltre 3mila le violazioni degli accordi di tregua.

E poi c’è la Cisgiordania, soffocata da chiusure e isolamento e preda dei crescenti pogrom dei coloni. Uno dei modi per svuotare la terra, insieme all’espansione degli insediamenti: ieri l’Alto consiglio per la Pianificazione – dipartimento del ministero della difesa – ha approvato la costruzione di 2.162 unità abitative in tre colonie (1.006 a Gvaot, a sud di Gerusalemme; 922 a Har Bracha, nel nord della West Bank; e 234 a Kiryat Arba, la colonia più antica alle porte della città vecchia di Hebron, dove vive il ministro estremista Ben Gvir).