Il rapporto tra America e Israele torna al centro dell’attenzione mondiale, come lo fu durante l’Amministrazione Biden. Chi dei due ha più influenza sull’altro? È una questione irrisolta dai tempi della presidenza di Lyndon Johnson durante la Guerra dei Sei giorni (1967). Allora il leader democratico scelse un allineamento della Casa Bianca su Tel Aviv, che non era stato tale per i suoi predecessori. Oggi un’interpretazione descrive Donald Trump spiazzato, scavalcato, manipolato dal suo amico Benjamin Netanyahu. Israele era allarmato dal negoziato che gli americani stavano conducendo con gli iraniani in Oman; la denuncia degli ispettori Onu sull’avanzamento dei preparativi nucleari ha spinto all’attacco: per far fallire l’opzione diplomatica di Trump, metterlo di fronte al fatto compiuto, ricondurlo all’ovile, e al tempo stesso colpire le capacità iraniane finché c’è tempo. Una lettura alternativa evoca invece un coordinamento, una divisione dei compiti fra «poliziotto buono e poliziotto cattivo». La squadra di Trump si è convinta che nell’Oman gli iraniani li stavano menando per il naso, che quel negoziato non andava da nessuna parte, anzi nel frattempo procedeva la marcia verso la bomba atomica. Senza partecipare all’attacco israeliano, Trump avrebbe dato il suo via libera nella speranza che l’elettroshock di una immane disfatta militare convinca gli iraniani a cogliere il suo ramoscello d’ulivo e fare concessioni serie per una soluzione diplomatica. Trump aveva dato un ultimatum di 60 giorni alla delegazione iraniana, Israele ha attaccato al 61esimo.