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Ultimo aggiornamento: 15:48
È vero che l’attacco israeliano contro l’Iran non è stato una sorpresa in termini di tempistica o intenzione, ma la natura dell’operazione evidenzia una svolta fondamentale. Non si tratta di una semplice risposta militare limitata: siamo di fronte a una strategia ben definita volta allo smantellamento interno del regime iraniano. L’operazione è il risultato di anni di lavoro di intelligence, complesso e stratificato, una versione evoluta del “fattore sorpresa” che Israele aveva già utilizzato in Libano, come nel famoso attentato al Bayjar contro Hezbollah.
La novità è rappresentata dalla precisione e dall’intensità di queste azioni: Israele sembra operare con un livello di infiltrazione e selettività tale da sollevare dubbi profondi all’interno dell’Iran sul grado di penetrazione israeliana e sull’identità dei possibili collaboratori interni. La questione oggi in Iran non è più se vi sia stato un’infiltrazione, ma quanto è profonda e chi ne è parte.
Questo percorso ha avuto inizio con la misteriosa morte del presidente Ebrahim Raisi, che ha segnato l’inizio di un’instabilità interna crescente, accompagnata da un rapido deterioramento dell’influenza regionale iraniana: dal Libano fino alla Siria. Le azioni israeliane non vanno quindi interpretate come eventi isolati, bensì come l’esito di una strategia accumulata nel tempo, partita dalla neutralizzazione delle milizie iraniane a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, fino a colpire il cuore logistico delle operazioni dei Pasdaran in Siria, nucleo operativo dell’idea iraniana delle “frontiere unificate” capaci di esportare la crisi nel cuore di Israele.









