Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

2 AGOSTO 2025

Ultimo aggiornamento: 8:53

Nel corso dei dodici giorni di guerra tra Iran ed Israele, il governo di Tel Aviv ha fatto capire che l’obiettivo dei suoi strikes non sarebbe stato solo quello di rallentare il programma nucleare iraniano, ma anche di innescare una escalation politica interna a Teheran, potenzialmente finalizzata ad un regime change. Tuttavia, proprio gli attacchi diretti da parte di Israele hanno spostato l’asse del dibattito interno in Iran stesso. Non nella direzione desiderata da Netanyahu, bensì in quella opposta.

La guerra, agli occhi di molti iraniani, non appare più come un’astrazione ideologica di un regime dalla postura perennemente antagonista: ha varcato i confini ed è arrivata in casa, risvegliando un mai davvero sopito nazionalismo, anche in chi fino a pochi mesi fa considerava inopportuna o pretestuosa la tendenza del regime a convogliare risorse verso i propri alleati regionali, nella logica di aumentare le difese asimmetriche e la profondità strategica. Ed è quindi in questo mutato paesaggio politico e psicologico che la stessa narrazione del regime, da sempre costruita su una retorica di autodifesa contro l’aggressione israeliana, ha iniziato a guadagnare un consenso più trasversale – anche tra segmenti delle generazioni più giovani, meno religiose ma forse più nazionaliste -, che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile.